L’autorità interiore della Chiesa sotto il segno della Croce
Un contributo, a partire dalla spiritualità dei Passionisti, al discernimento sinodale contemporaneo
Rev. J. Geudens, Smakt, 27-1-2026
I. Introduzione – L’autorità in un tempo di riorientamento sinodale
La Chiesa contemporanea parla con frequenza di sinodalità, discernimento e corresponsabilità. Tali termini rimandano a una necessità reale: il desiderio di comprendere nuovamente la Chiesa come comunità in ascolto, in cammino con Cristo e verso Cristo. Nello stesso tempo, diviene sempre più evidente che la crisi in cui la Chiesa si trova non è anzitutto di ordine organizzativo o metodologico, bensì spirituale e teologico. Ciò che è in gioco è l’autorità della Chiesa: non tanto la sua competenza giuridica o la sua legittimità istituzionale, quanto la sua autorità interiore — l’autorità che scaturisce dalla partecipazione alla verità di Cristo stesso.
Questa autorità interiore non è un carisma vago, né il risultato di una costruzione consensuale. Essa affonda le sue radici nella rivelazione di Dio nel Cristo crocifisso. Là dove questo fondamento si offusca, la sinodalità rischia di slittare dal discernimento spirituale alla consultazione procedurale; dalla communio al consenso; dall’obbedienza alla verità alla legittimazione mediante la maggioranza. Proprio qui la spiritualità della Congregazione della Passione (Passionisti) può offrire un contributo decisivo.
Fin dalle origini, tale Istituto porta il carisma della memoria Passionis: il vivo memoriale della Passione e morte di Cristo quale fonte di salvezza, verità e rinnovamento. Per san Paolo della Croce, fondatore dell’Ordine, la Croce non costituiva un semplice accento devozionale, ma il centro ermeneutico della vita cristiana. Nella Croce si manifesta la sapienza di Dio, che non esclude il pensiero umano, bensì lo purifica e lo ordina. Là dove la Chiesa non misura più le proprie decisioni, il proprio ministero e il proprio discernimento a questa sapienza, essa perde il suo peso spirituale e l’autorità viene percepita come costrizione o mera funzione.
Il discorso sull’autorità interiore tocca direttamente l’attuale dibattito sinodale. Il Concilio Vaticano II ha richiamato con forza il mistero della Chiesa come Corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo, nel quale ministero, carismi e coscienza trovano la propria collocazione entro un’unica economia salvifica.¹ Resta tuttavia aperta la domanda su come tale cornice conciliare divenga concretamente operativa in un contesto nel quale il portare la Croce viene marginalizzato e l’obbedienza è spesso ridotta a disponibilità esecutiva o a benessere psicologico. La spiritualità passionista ricorda che un discernimento autentico è possibile solo là dove si è disposti a lasciare che la verità “pesi” — anche quando essa interpella e mette in crisi.
Il presente contributo muove dalla tesi secondo cui l’autorità della Chiesa è primariamente interiore: essa nasce là dove le persone, e in particolare i ministri ordinati, vengono interiormente formati dal dono di sé di Cristo. Tale autorità non può essere prodotta dalle strutture, né sostituita dai processi. Essa viene ricevuta nella misura in cui si partecipa alla sofferenza, all’obbedienza e alla sapienza del Crocifisso. In tal senso, la Croce non sta accanto alla sinodalità, ma funge da suo criterio normativo.
La tradizione passionista si accorda strettamente con altre linee spirituali e teologiche che nella Chiesa spesso procedono in parallelo, ma raramente vengono collegate in modo esplicito. Essa mostra, ad esempio, una profonda affinità con la teologia del sacerdozio elaborata da Armand Ory, il quale interpreta il ministero come segno esistenziale dell’amore misericordioso di Dio, radicato in sacrificio e verità.² Parimenti, sussiste una coerenza interiore con la devozione al Santo Capo di Gesù, così come venne proposta attraverso la vocazione mistica di Teresa Helena Higginson: una spiritualità nella quale l’intelletto umano viene guarito mediante la partecipazione alla sofferenza e all’obbedienza di Cristo.³
Riunendo tali linee, questo articolo intende offrire un contributo al dialogo attuale sulla sinodalità e sull’autorità ecclesiale. Non introducendo nuovi modelli o nuove terminologie, bensì ritornando a un’intuizione spirituale collaudata: la Chiesa possiede autorità solo là dove vive della Croce. I Passionisti custodiscono tale consapevolezza come memoria profetica entro la Chiesa. La loro spiritualità ricorda che la verità non si costruisce, ma si riceve; che l’obbedienza non è umiliazione, bensì partecipazione; e che un autentico rinnovamento non si realizza mai al di fuori della Passione di Cristo.
In un tempo in cui la Chiesa cerca orientamento e credibilità, questa sapienza passionista può aiutare a purificare la sinodalità dalle sue unilateralità e a radicarla nuovamente nella sua sorgente più profonda. L’autorità interiore della Chiesa non è garantita da un maggior numero di voci, ma da un ascolto più profondo — fino al luogo in cui Cristo ha donato la vita “fino alla fine”.
II. L’autorità interiore di Cristo: origine e misura dell’autorità ecclesiale
L’autorità di Cristo, nella Sacra Scrittura, è inseparabilmente congiunta alla verità e al dono di sé. Quando Gesù, davanti a Pilato, parla della propria regalità, non rimanda al potere, ma alla testimonianza della verità (Gv 18,37). Questa verità non costringe dall’esterno, ma esercita autorità per evidenza interiore. È riconosciuta da chi è “dalla verità”.
Questo dato biblico fondamentale costituisce il punto di partenza per ogni comprensione autentica dell’autorità nella Chiesa. Il Concilio Vaticano II conferma esplicitamente il carattere derivato dell’autorità ecclesiale affermando che vescovi e presbiteri non parlano da sé stessi, ma in persona Christi Capitis.¹ Ciò significa: la loro autorità è sacramentalmente fondata, ma è esistenzialmente credibile solo nella misura in cui essi partecipano interiormente all’obbedienza di Cristo.
La spiritualità passionista esprime tale intuizione con particolare radicalità. In san Paolo della Croce, la Croce è il luogo in cui l’autorità di Cristo si manifesta nella forma più pura: non come potere sugli altri, ma come disponibilità assoluta alla volontà del Padre.² L’autorità di Cristo non è qui un dato giuridico, bensì una necessità interiore che scaturisce dall’amore.
Questa visione previene due deviazioni opposte: da un lato l’autoritarismo, che separa l’autorità dalla verità e dal sacrificio; dall’altro il relativismo, che sottomette la verità all’esperienza soggettiva o al consenso. L’autorità interiore non è una via di mezzo tra le due, ma un ordine differente: è un’autorità riconosciuta, non imposta.
III. Memoria Passionis: la Croce come principio ermeneutico e criteriologico
L’intuizione fondamentale passionista della memoria Passionis richiede una più precisa esplicitazione teologica. Essa non rimanda semplicemente a un ricordo devoto, bensì a una attualizzazione operante della Passione di Cristo nella vita della Chiesa.³ Tale presenza opera in modo normativo: funge da criterio per la verità, il discernimento e l’autorità.
In prospettiva patristica, ciò si collega strettamente alla soteriologia di Ireneo di Lione, per il quale l’obbedienza di Cristo fino alla morte costituisce la svolta decisiva nella storia della salvezza.⁴ La Croce non è un evento contingente, ma la forma necessaria mediante la quale la verità di Dio si rivela all’uomo dopo la caduta.
Ne deriva una conseguenza ecclesiologica rilevante: là dove la Chiesa non misura più il proprio parlare e il proprio agire alla Croce, essa perde la propria chiave ermeneutica. I processi sinodali rischiano allora di essere valutati secondo criteri di efficacia, inclusività o consenso, anziché secondo verità e santità.
I Passionisti ricordano alla Chiesa che il discernimento non è mai neutrale. Esso domanda un posizionamento interiore sotto la Croce. Senza tale posizionamento, la sinodalità diviene inevitabilmente procedurale.
IV. Excursus I – Verità, sofferenza e discernimento nella tradizione patristica
La Chiesa antica non ha mai separato la verità dalla sofferenza. Per i martiri la verità della fede non era una dottrina astratta, ma un impegno esistenziale. Ignazio di Antiochia descrive il proprio martirio come il luogo in cui egli diviene veramente discepolo di Cristo.⁵
Anche Atanasio di Alessandria connette la verità dell’Incarnazione alla sofferenza della Chiesa: chi confessa il vero Cristo partecipa necessariamente al suo rifiuto.⁶ Questa linea patristica sottolinea che la verità non si dimostra mediante il successo, ma mediante la fedeltà.
La spiritualità passionista si colloca esplicitamente in tale tradizione. Essa preserva la Chiesa dal ridurre la verità a formulazioni comunicativamente sostenibili. La verità esige il portare la Croce — anche nei processi decisionali ecclesiali.
V. Autorità interiore e coscienza: tra soggettivismo e obbedienza
Una delle questioni più delicate del discorso ecclesiale contemporaneo riguarda il rapporto tra autorità della Chiesa e coscienza personale. Non di rado la coscienza viene presentata come istanza autonoma contrapposta al Magistero. Tale impostazione, tuttavia, contrasta con il concetto classico cattolico di coscienza.
Secondo Tommaso d’Aquino, la coscienza non è fonte di verità, ma una facoltà di giudizio che applica la verità.⁷ Essa trae la propria normatività dall’ordine oggettivo del bene. Là dove tale ordine viene abbandonato, la coscienza perde il suo orientamento.
La spiritualità passionista concretizza questo aspetto collocando la coscienza sotto la contemplazione del Crocifisso. La coscienza viene formata mediante la partecipazione, non confermata nell’autonomia. Ciò si accorda con la “dottrina della conferma” di Anna Terruwe, nella quale la maturazione psichica non è mai separata dall’ordinamento morale e spirituale.
Anche Bernardo di Chiaravalle sottolinea che la vera libertà è possibile solo nell’obbedienza a Dio.⁸ L’obbedienza non è eteronomia, ma partecipazione a un ordine superiore di verità.
VI. Il ministero come portatore sacramentale dell’autorità interiore
Il ministero ecclesiale partecipa, in modo proprio, all’autorità interiore di Cristo. Tale partecipazione è sacramentalmente fondata, ma esistenzialmente mediata. Quando il ministero viene separato dal sacrificio e dal dono di sé, esso perde la propria trasparenza.
Qui il pensiero di Armand Ory si accorda strettamente con l’intuizione passionista. Ory descrive il sacerdozio come segno dell’amore misericordioso di Dio, ma insiste sul fatto che tale misericordia non è mai disgiunta da verità e sacrificio.⁹ Il sacerdote rappresenta Cristo non per funzionalità, ma per conformità.
In prospettiva canonica, ciò è confermato dallo stesso fine del diritto della Chiesa: salus animarum suprema lex (can. 1752 CIC). Tale principio presuppone l’autorità interiore: senza partecipazione interiore al dono di sé di Cristo, la salvezza delle anime viene ridotta a cura organizzativa.
VII. Excursus II – Autorità canonica e autorità spirituale
Il diritto canonico presuppone implicitamente una comprensione spirituale dell’autorità. Pur essendo formale e giuridico, esso può funzionare solo entro un’ecclesiologia di communio. Quando l’autorità canonica viene separata dall’autorità spirituale, nasce il legalismo.
La spiritualità passionista funge qui da correttivo. Essa ricorda che l’autorità non è legittimata dal solo diritto, ma da verità e santità. In tal senso, il diritto canonico non è un’alternativa all’autorità interiore, ma uno strumento che vive di essa.
VIII. Il Santo Capo di Gesù: guarigione del pensiero sotto la Croce
La devozione al Santo Capo di Gesù, affidata a Teresa Helena Higginson, offre un approfondimento sorprendentemente complementare.¹⁰ Questa spiritualità sottolinea che l’intelletto umano non viene abolito dalla rivelazione, ma guarito.
In una cultura in cui la razionalità viene, da un lato, assolutizzata e, dall’altro, sospettata, tale devozione offre un equilibrio teologico. Il pensiero viene posto sotto la Croce, non per essere annientato, ma per essere purificato dalla superbia e dall’autosufficienza.
Questa intuizione è profondamente passionista: anche qui la sofferenza è il luogo della sapienza. Cristo non insegna soltanto che cosa dobbiamo pensare, ma come dobbiamo pensare — cioè nell’obbedienza.
IX. La sinodalità come discernimento pasquale
La sinodalità può essere feconda solo se viene intesa come cammino pasquale. Il discernimento non è un dialogo neutrale, ma un cammino comune sotto la Croce.
Il racconto di Emmaus (Lc 24) funge qui da paradigma fondamentale. Solo quando Cristo interpreta la sofferenza, le Scritture vengono comprese e gli occhi si aprono. Senza tale interpretazione pasquale, il dialogo rimane chiuso.
La spiritualità passionista protegge la sinodalità dal ridursi a “pensiero di processo”. Essa ricorda che il discernimento autentico implica sempre una verità che può ferire.
X. Considerazione conclusiva – I Passionisti come memoria profetica della Chiesa
In una Chiesa che cerca orientamento e credibilità, i Passionisti custodiscono una memoria essenziale: che la verità soffre, che l’autorità si offre, e che l’obbedienza dona vita. L’autorità interiore della Chiesa non viene riformata mediante strutture, ma riscoperta mediante il ritorno alla Croce.
La sinodalità trova la propria verità non nella metodologia, ma nella partecipazione. Solo là dove la Chiesa è disposta a “perdersi” con Cristo, essa ritroverà la propria autorità.
Note
- Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, nn. 18–27.
- San Paolo della Croce, Lettere, edizione critica, Roma.
- Congregazione della Passione, Costituzioni, artt. 1–6.
- Ireneo di Lione, Adversus Haereses, V, 16–21.
- Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 4–7.
- Atanasio, De Incarnatione Verbi, 20–25.
- Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I–II, q. 19.
- Bernardo di Chiaravalle, De diligendo Deo, I–III.
- Armand Ory, Le prêtre, signe de la Miséricorde, Parigi 1954.
- Teresa Helena Higginson, Letters and Spiritual Writings; Z.E.P. Marcel OFM Cap., Handboek voor de Godsvrucht tot het Heilig Hoofd van Jezus.
Profilo dell’Autore
Jack Geudens è sacerdote cattolico e autore agli inizi, attivo all’intersezione tra spiritualità, teologia pastorale e antropologia cristiana. Il suo pensiero e la sua scrittura sono caratterizzati da una visione cristiana-olistica della persona, nella quale corpo e anima, inizio e compimento della vita, vulnerabilità e dignità sono compresi come un unico insieme teologico coerente.
Elemento costitutivo del suo lavoro è la scelta consapevole di porsi come sacerdote “pro-life”. Tale scelta non viene intesa da Geudens come una mera posizione etica o politica, ma come conseguenza di un’antropologia fondata cristologicamente. La dignità della vita umana non è dedotta da autonomia, funzionalità o riconoscimento sociale, ma dall’agire creatore e redentore di Dio. Il “pro-life” appare quindi nel suo lavoro non come tema morale separato, ma come atteggiamento integrale che scaturisce dalla confessione di Cristo, Crocifisso e Risorto.
Il baricentro spirituale della sua riflessione teologica si colloca sotto la Croce, intesa come locus normativo per la verità e il discernimento. In questa ermeneutica pasquale la Croce non è ridotta a simbolo della sofferenza, ma compresa come il luogo nel quale la verità di Dio e la verità dell’uomo si manifestano definitivamente. Da tale prospettiva, Geudens sviluppa un atteggiamento critico verso approcci pastorali e progetti di rinnovamento ecclesiale che frammentano la vita o la considerano selettivamente.
La sua spiritualità è essenzialmente mariana. Maria funge nel suo lavoro da modello ecclesiologico e spirituale: Ella accoglie la vita, la custodisce e la porta, anche quando tale vita è segnata dalla sofferenza. In questa prospettiva mariana, la Risurrezione riceve il suo pieno significato teologico, non come negazione della colpa o della perdita, ma come compimento escatologico di Dio di ciò che resta ferito. Tale impostazione conferisce al pensiero pro-life un radicamento spirituale ed ecclesiologico più profondo.
La concretizzazione pastorale di questa visione emerge, tra l’altro, nel suo coinvolgimento nel ministero post-aborto, in particolare nel contesto di Rachel’s Vineyard. Qui la sua antropologia olistica diventa visibile in un approccio integrale alla persona, nel quale responsabilità morale, fragilità psichica e guarigione spirituale vengono pensate insieme. La colpa non è relativizzata, ma assunta dentro un processo di riconciliazione; il dolore non è ridotto a problematica psicologica, ma vissuto spiritualmente.
Sul piano metodologico, la sua teologia pastorale è plasmata anche dalla formazione e dall’esperienza in ambito terapeutico-occupazionale e psicosociale. Tale esperienza ha preservato il suo pensiero dall’astrazione e da una spiritualizzazione unilaterale. Geudens sottolinea che guarigione e integrazione spesso iniziano nell’agire significativo: ritmo, responsabilità, pratiche simboliche e liturgiche che sostengono il processo interiore. La persona non viene affrontata come un “caso”, ma come soggetto in divenire, chiamato a una rinnovata unità interiore.
Il sacerdozio è compreso da Geudens come presenza sacramentale presso il mistero della vita — accolta, ferita, perdonata e restaurata. La sua attività di scrittura è un prolungamento di tale prassi pastorale. Egli non mira a persuadere mediante slogan, ma ad aprire uno spazio per una verità che guarisce. Nel suo lavoro, misericordia e verità non vengono opposte dialetticamente, ma si presuppongono reciprocamente: la vera misericordia presuppone la verità, e la vera verità tutela la vita.
Nel più ampio dibattito ecclesiale, Geudens si colloca criticamente sia rispetto alle riduzioni moralistiche del pro-life sia rispetto a approcci pastorali che sospendono la normatività. Il suo contributo mira a un’integrazione di antropologia, spiritualità e pastorale, nella quale il rispetto della vita in tutte le sue fasi è compreso come elemento costitutivo della fede cristiana e della prassi ecclesiale.